A.N.P.I. - Ferrara

Via Italo Scalambra

di Paola Mambriani

Via Italo Scalambra si trova nel quadrante di espansione ovest della città, fuori dalle mura storiche, situato fra viale Po, via Modena, via San Giacomo e via Trenti-Bonzagni.
La via Scalambra chiude il cerchio quasi perfetto che forma insieme a via Mons. Maverna e via Foglisi, cui si accede in modi diversi da via del Lavoro, da via Marconi oppure dalla stazione ferroviaria usando il “nuovo” sottopassaggio pedonale sotto i binari.
Era doveroso che la città rendesse omaggio alla memoria di Italo Scalambra dedicandogli una via, poiché anche lui, come altri, dedicò gran parte della sua vita al servizio della collettività combattendo per la libertà durante il fascismo e nella Resistenza, e in seguito per l’affermazione e il consolidamento della democrazia.
La via gli fu intitolata il 4 dicembre 2004, esattamente dieci anni dopo la morte, avvenuta il 4 dicembre 1994; lo vogliamo ricordare anche noi, nel ventesimo anniversario.
Italo Scalambra, fu Cesare, nacque a Gradizza di Copparo nell’agosto del 1909; di origine bracciantile, a sei anni d’età vide partire il padre per il fronte della Grande Guerra, da cui non tornò più. Aveva due fratellini più piccoli, di quattro e due anni, e la madre lavorò fino a sfinirsi per tenere in piedi la famiglia, ben presto aiutata proprio da Italo, che con lei divise il lavoro, la fame e il freddo. Cercava di guadagnare qualcosa anche vendendo un po’ di frutta, vino e, d’inverno, i castagnacci, così la casa era frequentata da lavoratori, da braccianti e fin dall’inizio del fascismo Italo comprese quanto intollerabile fosse la perdita della libertà, pur nella miseria. La madre era iscritta al partito socialista, e la casa era luogo di incontro, discussioni politiche, distribuzione di volantini. L’inverno del 1921 Italo aveva 12 anni appena ma, grazie al suo umilissimo commercio di brustoline, arance e mandarini nei luoghi in cui la sera c’era qualche festicciola, cominciò ad ascoltare e riferire alla madre e a un compagno antifascista quel che si diceva, p.es., nella casa del fascio di Gradizza. Seppe così dell’imminente spedizione fascista per incendiare la sede della lega e avvisò appena in tempo perché ci fosse una reazione difensiva che face fallire l’assalto. Le azioni violente dei fascisti contro i lavoratori erano frequenti e anche la casa di Scalambra era sempre presa di mira finché, dopo una minaccia notturna in cui i fascisti arrivarono a sparare per farsi aprire e “perquisire” la casa, e anche a causa della malattia della madre, la famiglia lasciò il paese e si trasferì a Ferrara.
Abitarono in un tugurio di via Ragno, Italo lavorava in un bar di via San Romano e nel 1925, lui appena quindicenne, la madre si spense ad appena 35 anni d’età. Italo lavorò dove e come poteva, per sostenere i due fratelli più piccoli; andò anche un anno all’Ansaldo, a Genova. Orfano e capofamiglia, nell’inverno 1929 fu obbligato a tornare a Genova per il servizio di leva che gli assegnarono in Marina: 28 mesi di ferma!!. Riuscì a farsi esentare e tornare a Ferrara.
Frequentava gli ambienti antifascisti e nel 1930 ebbe i primi contatti con Giovanni Magoni, che era fruttivendolo sul Listone. Si incontravano nel bar Americano di via San Romano e fra giovani antifascisti sentivano l’esigenza di studiare, di leggere, nonostante la totale censura del regime sui libri e sui giornali . Cominciarono così a studiare il francese per leggere i giornali di quel Paese e si passavano di mano in mano i libri “proibiti” che trovarono a fatica: Gorkij, Kuprin, e Il tallone di ferro di Jack London.
Gli antifascisti più anziani erano maestri di vita per quei giovani e, fra i tanti, una figura fondamentale per tempra morale e coerenza politica fu Otello Putinati che quando uscì dal carcere nel 1933 e li incontrò fece maturare le loro scelte; Italo Scalambra e Giovanni Magoni, con altri, entrarono nel partito comunista clandestino e da subito parteciparono all’attività cospiratoria contro il fascismo, rischiando moltissimo anche a stampare e diffondere volantini, fare scritte murali (p.es. durante la guerra di Spagna), preparare e diffondere bandierine rosse per il 1° maggio e per la ricorrenza della rivoluzione russa... Putinati, infatti, fu di nuovo arrestato quasi subito e liberato solo nel 1942!!
Italo Scalambra fu arrestato nel 1938 per attività cospirativa e in quanto comunista fu condannato dal Tribunale Speciale.
 Liberato, con l’Italia in guerra, fu richiamato nell’esercito nel 1942 e anche nella caserma di Sasso Marconi faceva propaganda antifascista fra i soldati; fra i quali ormai c’erano molti scontenti del fascismo. Tornava anche a Ferrara appena poteva, dove aveva la famiglia ma i contatti politici erano sempre più difficili per l’arresto di molti compagni.
Anche Scalambra fu di nuovo arrestato, a Sasso Marconi, e portato a Bologna a San Giovanni in Monte, poi trasferito a Ferrara, dove il carcere era pieno di antifascisti di città e provincia e anche di qualche romagnolo: almeno 100 persone!
Nelle settimane successive alla caduta del fascismo, dopo il 25 luglio 1943, i prigionieri politici antifascisti vennero liberati; fra essi Italo Scalambra che tornò protagonista della lotta politica. Con Putinati, Magoni, Farolfi e Ugo Parmeggiani formarono la segreteria provvisoria della federazione comunista di Ferrara. Cominciò una vita semiclandestina: nei 45 giorni del governo Badoglio la guerra continuava, i partiti antifascisti non venivano ufficialmente riconosciuti e anzi i militanti più attivi venivano perseguitati. A fine agosto si “sentiva” ormai la minaccia tedesca e l’8 settembre arrivò lo sfacelo dell’esercito italiano e l’occupazione nazista. Scalambra e gli altri si attivarono per il recupero delle armi gettate dai soldati in fuga, e con azioni pubbliche audaci fra cui si ricorda il discorso pubblico in piazza, durante lo sciopero del 9 settembre’43, insieme all’avvocato socialista Mario Cavallari e a Ermanno Farolfi, invocando la pace, la libertà e la ribellione contro gli usurpatori della democrazia.
Dal giorno dopo erano ricercati, e quindi entrarono in clandestinità. Italo Scalambra fece sfollare la moglie e il figlio in provincia di Ravenna e da inizio ottobre ’43 fu a disposizione del partito che da Bologna lo mandò prima in montagna, a Vidiciatico, zona in cui si stava organizzando una delle prime formazioni partigiane, la “Carlo Pisacane” in cui il suo nome di battaglia fu “Ruggero”, poi egli fu inviato fra Guiglia e Zocca per formare un gruppo partigiano e stabilire rapporti con la popolazione. Da Bologna il comando regionale del Cln coordinava le attività; era fine dicembre ’43: tempi duri, freddo cane, poche armi, ma azioni audaci e rischiose fino al memorabile sciopero del 1° marzo 1944, con azioni militari che paralizzarono la città, i tram, i treni, le fabbriche. L’8 marzo il comando della 7a Gap diede a Scalambra l’ordine di trasferirsi a Modena per occuparsi dell’organizzazione militare di quel distaccamento Gap che divenne la 65a brigata “Walter Tabacchi” (dal nome dell’eroico caduto in azione). Da allora il nome di battaglia di Scalambra fu “Gino”, e divenne poi comandante della leggendaria II Divisione “Pianura” artefice della liberazione di Modena il 22 aprile 1945.
Nei rapporti con esponenti di altre forze politiche antifasciste – necessari essendo tutti nel CLN Alta Italia – usava invece il nome di “Sesto” come rappresentante del partito comunista, e non quello di Gino, comandante provinciale dei gappisti prima e di tutta la II Divisione “Modena Pianura”poi, che univa tutte le forze antifasciste.
Quei 14 mesi di lotta a Modena e nel vasto comparto di pianura furono ricchi di episodi e azioni straordinari; il movimento si sviluppò enormemente grazie all’antifascismo diffuso e radicato nella popolazione di città e di campagna che offriva uomini e risorse, nonostante i rischi e la presenza feroce di fascisti e nazisti in un terreno che non offriva nascondigli, vie di fuga protette, ma era tutto percorribile e controllabile dal nemico... Ma Scalambra aveva doti straordinarie di comandante, sapeva trascinare gli uomini con l’esempio e la parola, aveva capacità che gli permettevano di sfidare il numero preponderante dei nemici e dei loro mezzi.
Oltre alle Gap – da 3 a 5 componenti ognuna - si formarono le Sap – di 15-20 elementi per ogni squadra – che sabotavano le attività di retrolinea del nemico, contrastavano le razzìe nelle campagne e la produzione bellica nelle fabbriche, smontavano e nascondevano i macchinari industriali per impedirne la spedizione in Germania. Diffondevano la stampa clandestina: “Audacia”, periodico di Gap e Sap delle formazioni di pianura, “L’Unità” , e manifestini e volantini.
Ben presto si fusero sotto unico comando, e Gino coordinava girando con documenti falsi, sempre disarmato, a Modena e nei vari centri. Dice William Ginosi, allora comandante della Gap n.1: “ Noi per Gino ci saremmo fatti ammazzare. Difficilmente si vuole tanto bene a un comandante, perché era di una umanità e comprensione eccezionali, di un coraggio senza limiti”.
 
Ci furono, per esempio, gli attacchi alle caserme di Concordia, Gonzaga, San Possidonio, la liberazione dimostrativa di Soliera, le battaglie di Prati di Cortile, di Novi, di Rovereto di Carpi... azioni che impegnavano gruppi di 150-200 uomini. Gli effettivi della “Modena Pianura” arrivarono a contare più di 6.000 uomini!
Il 22 aprile 1945, con azione coordinata e ben preparata di tutte le brigate di Modena Pianura, Modena fu liberata e occupata dai partigiani mentre anche una colonna blindata alleata avanzava verso la città. La battaglia per la liberazione durò dall’alba al tardo pomeriggio.
Alle 21, un gruppo di ufficiali americani e inglesi arrivò al comando di divisione partigiana che si era insediato all’Accademia Militare – prima roccaforte del comando nazifascista – ed espressero elogi per i risultati che i partigiani avevano conseguito.
Dopo la Liberazione fu riconosciuto anche ufficialmente il valore di Italo Scalambra: venne decorato con la Medaglia d’Argento al Valor Militare.
Liberata Modena e tornato subito a Ferrara, dopo il 25 aprile del 1945 fu incaricato dal C.L.N. del ripristino della legalità presso la Questura della città, incarico assai delicato, e ne divenne dirigente dell’ufficio politico fino all’estate del ’46.
Fu poi Segretario della Federazione Comunista provinciale di Ferrara dal 1946 al 1959.
Più volte, nel corso degli anni, fu Consigliere e Assessore del Comune di Ferrara.
 
Io da bambina, talvolta andavo con mio padre, allora giovanissimo, a sentire qualche canzone dal primo Juke box della mia memoria , e ricordo che negli anni ‘50 il bar “di Scalambra” era ritrovo di tanti giovani impegnati in politica, che avevano pochi soldi, molto entusiasmo e grande passione per la libertà e la democrazia; nel fumo denso delle sigarette si discuteva, si rideva, si giocava a biliardo nella saletta al piano di sopra, mentre alla cassa vicino all’ingresso c’era la mitica Beppina Scalambra, la moglie che aveva condiviso sempre tutto nella loro vita, e che era come una specie di zia affettuosa per tutti loro.
Quel bar era più o meno dove oggi c’è il bar Nazionale, in Corso Martiri della Libertà, appunto quei martiri ai quali dobbiamo tutti una profonda riconoscenza, umili o importanti che fossero nelle loro vite individuali.
Negli anni del ritiro dalla vita pubblica, sempre però partecipe con passione alle vicende politiche e sociali, Italo Scalambra mantenne l’impegno attivo nell’ANPI e fino alla morte è stato parte dei suoi organismi dirigenti.
Nel 1983, per i giovani e per la storia italiana, raccolse le sue memorie nel libro “La scelta da fare” (Ed. Riuniti) in cui raccontava la sua straordinaria vicenda umana e politica.
Morì il 4 dicembre 1994 e appunto dieci anni dopo gli fu dedicata una via, dove ora i ferraresi si recano spesso, perché è nell’area dove si trovano molti uffici pubblici.
 
Bibliografia:
- La pianura dei ribelli –Fatti e documenti della lotta partigiana. Carpi – Soliera – Novi e Campogalliano. Ed. 1980 dal Centro Stampa del Comune di Carpi
- La scelta da fare di Italo Scalambra Ed. Riuniti, 1983