A.N.P.I. - Ferrara

Via Enrica Calabresi

di Paola Mambriani

C’è una strada con un nome nuovo in città, dalla primavera 2011: via Enrica Calabresi, che da via Arginone termina a fondo chiuso (prima era la via temporanea n. 98, nella Circoscrizione n. 3, zona di espansione della città a ovest-sud-ovest).
Enrica Calabresi è stata a lungo dimenticata, travolta dagli eventi storici che hanno cambiato radicalmente i destini di tante persone, ma merita di ricevere l’omaggio e il rispetto della sua città anche con la dedica di una strada: è un fatto simbolico, dato che le strade sono l’intreccio dei luoghi di vita e lavoro, di esistenza di una collettività. E lei con la sua vita ha costruito un percorso che ancora serve a chi studia e fa ricerca oggi.
Enrica Calabresi nacque a Ferrara il 10 novembre 1891, ultima di quattro figli di Vito Calabresi e Ida Fano, famiglia della benestante borghesia ebraica di origine sefardita sicuramente a Ferrara fin dal ‘700. Una famiglia colta; Enrica per esempio ha 11 zii e zie di parte materna tutti laureati, molti in discipline scientifiche – chimica e ingegneria – pur se non manca mai nella famiglia l’amore per la letteratura, le arti e le lingue moderne; Enrica infatti studia e conosce benissimo il tedesco, l’inglese e il francese e ciò la avvantaggerà molto nella carriera accademica che intraprenderà. Dopo il Liceo Ariosto in cui si diploma con un anno di anticipo, Enrica si iscrive nel 1909 alla Facoltà di Matematica dell’Università di Ferrara, frequentando anche corsi di scienze naturali presso la Facoltà di Medicina; l’interesse per quel campo scientifico – che a Ferrara non ha una facoltà universitaria – porta a trasferirsi a Firenze, per frequentare il Regio Istituto di Studi Superiori Pratici e di Perfezionamento (dal 1924 Regia Università degli studi) dove si dedica completamente alle sue ricerche, ospitata a casa della zia Emilia, sorella della madre.
Tanto è brava e brillante che dal 1° febbraio 1914, poco prima di laurearsi il 1° luglio di quell’anno, diventa assistente di Angelo Senna, il suo maestro di zoologia e anatomia comparata dei vertebrati. La vita le sorride: si fidanza col giovane e promettente geologo ed esploratore Giovanni Battista De Gasperi, lo ama e ne è riamata, mentre già nel 1915 pubblica i suoi studi sul “Monitore zoologico italiano” mensile dell’Unione zoologica italiana.
Ma la I guerra mondiale le sconvolge la vita: il fidanzato muore in battaglia sull’Altopiano di Asiago nel 1916; Enrica, distrutta, parte come crocerossina di prima linea e vi resta due anni. Decide quindi di dedicare tutta la sua vita alla scienza, fedele nel cuore all’amore perduto.
Nel 1922 vince il concorso per il posto di Conservatore al Museo “Giacomo Doria” di Genova, ma preferisce restare a Firenze e continuare il suo lavoro. Nel 1924 infatti consegue la libera docenza in zoologia e due anni dopo è promossa Assistente universitaria. I suoi studi, ricerche e interessi, stimolati anche dal prof. Senna, sono soprattutto rivolti al mondo degli insetti, tanto che a soli 27 anni è diventata Segretario della Società Entomologica Italiana e dà un determinante contributo ad ampliare la collezione del Museo zoologico “La Specola”. Collabora con l’Enciclopedia Treccani curandone alcune voci di argomento zoologico, e, conoscendo benissimo la lingua, frequenta anche la comunità intellettuale inglese di Firenze.
L’ambiente accademico subisce però le pressioni brutali del regime fascista che “impone” le dimissioni di Enrica Calabresi dagli incarichi universitari dal 1° gennaio 1933, nonostante i suoi chiari meriti scientifici, per sostituirla con un giovane zoologo noto esponente del partito fascista fin dalla marcia su Roma, il conte Lodovico Di Caporiacco (1900-1951) che diventerà poco dopo uno dei più autorevoli sostenitori del razzismo scientifico (!!!). Enrica Calabresi subisce con grande amarezza quella che considera un’enorme ingiustizia, una distorsione della realtà. Del resto il fascismo travolgeva senza riguardo uomini e cose nel suo disegno, cambiando per es. anche i confini regionali per far rientrare le sorgenti del Tevere – fiume simbolico quanto mai altri – in Romagna, terra natale di Mussolini.
Enrica Calabresi chiede inutilmente di insegnare almeno alle scuole medie; le tocca l’umiliazione di iscriversi al partito fascista nell’autunno del ’33 per poter vivere e lavorare. Ha così un incarico al Regio Istituto tecnico Galileo Galilei; poi nel 1935 consegue l’abilitazione all’insegnamento medio.
L’anno dopo sembra favorevole: è nominata prof. Incaricato di Entomologia agraria e direttrice di quell’Istituto alla Facoltà di Agraria dell’Università di Pisa; la nomina il concittadino Ciro Ravenna che ne conosce il valore, ebreo come lei e Preside della facoltà nel 1936; egli morirà ad Auschwitz a inizio ’44.
Enrica fa la pendolare; continua infatti a vivere a Firenze dove dal 1937 insegna al Regio Liceo-ginnasio “Galileo Galilei”... ma ancora per poco. Il 15 settembre 1938 coi “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista” studenti e docenti ebrei vengono cacciati da scuole e università; Enrica viene privata del lavoro, dichiarata decaduta dalla libera docenza e cacciata dalla Società entomologica italiana.
Le persecuzioni sono sempre più minacciose ma Enrica resta a Firenze dove insegna ai ragazzi ebrei espulsi dalle scuole pubbliche nella scuola ebraica di via Farini (13 classi e circa 70 allievi) con altri colleghi fra cui le matematiche Emma Castelnuovo e Maria Piazza. Si schiera quindi, da cittadina, da insegnante e da scienziata, contro il fascismo e vive fra mille difficoltà. Poi la guerra e le sue vicende travolgono tutto: dopo l’8 settembre ’43, nell’autunno, quasi tutta la sua famiglia, con cui Enrica ha affettuosi rapporti e che fa capo a una casa di campagna a Gallo (Bo), emigrerà fortunosamente in Svizzera ma Enrica saluta i parenti a metà ottobre e torna a Firenze, piena di fascisti e repubblichini, con la banda Carità che imperversa: 200 squadristi che rastrellano, interrogano e torturano presunti partigiani ed ebrei. Al liceo fiorentino la Calabresi era stata insegnante anche di Margherita Hack, che ricorda di averla incontrata per caso in quella fase, in una viuzza vicino a Piazza Signoria, mentre camminava frettolosa e impaurita rasente al muro.
Enrica vive da sola e non vuole far rischiare la vita ad altre persone chiedendo il loro aiuto; tiene sempre con sé una fiala nella borsa; l’ha preparata lei per ogni evenienza: fosfuro di zinco. Arrestata nel gennaio ’44 a casa sua, in via del Proconsolo, da agenti fascisti italiani, e portata a Santa Verdiana, ex-convento divenuto carcere, sa che l’aspetta Auschwitz e sa come sottrarsi al destino: scrive le sue ultime volontà su un pezzetto di carta che affida a una suora, chiede che quanto le apparteneva non sia lasciato nelle mani dei tedeschi ma che a suo tempo sia destinato ad opere di bene (libri, lettere, documenti furono poi recuperati dall’amico Angelo Camparini e dati agli eredi); il 18 gennaio ingoia il veleno e muore nella notte fra il 19 e il 20 gennaio.
La sua vicenda umana testimonia a che punto può arrivare la ferocia, l’ignoranza, la barbarie del razzismo, ma dopo tanti decenni i suoi studi hanno avuto il riconoscimento doveroso: nel 2001 alcune scienziate della stessa branca scientifica hanno effettuato una ricerca storica su di lei, altri entomologi le hanno dedicato i nomi di specie, sottospecie e generi di insetti da lei studiati; il suo ritratto è stato collocato fra quelli dei docenti di Entomologia agraria dell’Università di Pisa e il Comune di Pisa le ha dedicato una strada nella zona dove l’Università ha trasferito l’archivio storico, mentre lo scrittore Paolo Ciampi ha scritto su di lei un libro molto bello – “Un nome” ed. La Giuntina -.