A.N.P.I. - Ferrara

Via Antonio Meluschi

di Paola Mambriani

Via Antonio Meluschi si trova nella zona sud-est della città, ultima traversa a sinistra di via Capodistria, nel lotto di strade “nuove” fra via Ravenna e via Comacchio, a nord della ferrovia Ferrara-Codigoro.
Antonio Meluschi nacque il 22 dicembre 1909 a Vigarano Mainarda, da padre ignoto e da madre non nominata, figlio di NN insomma, a quei tempi bollato come figlio di nessuno. Raccolto dalle suore e trasferito il giorno stesso della nascita al brefotrofio “Pio Luogo degli Esposti” di Ferrara, visse fino all’adolescenza fra illusioni di adozione e affidamenti a tempo. Si affezionò alla famiglia Zanardi di Imola che lo ospitò da bambino ed ebbe un vero amico in Emilio Zanardi, che da adulto gli fu compagno di lotta antifascista e “coprì” col suo negozio di barbiere una base della rivista clandestina La Comune. Negli anni d’infanzia Meluschi si legò anche ad un ragazzo ferrarese esterno al brefotrofio, Carlo Zaghi, con un’amicizia che fu per la vita e nella lotta per la libertà.
Quasi bambino iniziò a lavorare da un ombrellaio, e intanto si appassionò da autodidatta alla poesia leggendo furiosamente e scrivendo lui stesso, tanto che cercò contatti con autori famosi del tempo come Papini e D’Annunzio per averne guida e confronti, ma senza successo. Scrisse poi su tali vicende nei romanzi autobiografici Adamo Secondo e La fabbrica dei bambini. A 14 anni lasciò il lavoro e il brefotrofio, arrangiandosi con mille mestieri: arrotino, cantante di strada, guardiano di pecore, imbonitore di circo...oggi diremmo “on the road”. Ribelle alla condizione di miseria sua e di gran parte del popolo, una notte incontrò un comunista (ambedue fuggivano dai gendarmi), si interessò alle idee che fervevano in Europa e negli ambienti ribelli ferraresi conobbe Otello Putinati; così ad appena 15 anni, nel 1923, fu arrestato mentre affiggeva volantini sovversivi. Seguì una lunga sequenza di arresti e durante uno di essi – maggio 1927 a Regina Coeli a Roma – conobbe Ilio Barontini e Antonio Gramsci che lo soprannominò curiosamente “struzzo”. Negli anni e con le esperienze Meluschi rafforzò le idee comuniste e, di nuovo in carcere nel 1932 e 1935, coltivava il sogno di un’Italia libera e giusta. Rilasciato il 5 dicembre 1935 si trovava solo, senza famiglia né casa e l’amico Donino Roncarà gli procurò un tetto per la notte: in via Mascarella a Bologna, in casa di un’infermiera antifascista che viveva da sola: Renata Viganò. Fu invece l’incontro per la vita: diversi per temperamento e origini, avevano in comune la solitudine, l’amore per la scrittura e la letteratura, la ribellione alla dittatura e all’ingiustizia. Stettero insieme per quarant’anni, fino alla morte, con un rapporto vivace e fertile. Lei lavorava e lui iniziò subito a scrivere il suo primo libro Pane, mentre collaborava col Resto del Carlino e col Corriere Padano. Il libro uscì a inizio del 1937, ebbe un discreto successo e una recensione positiva da Marino Moretti; iniziò così fra loro un’amicizia che durò tutta la vita nonostante le tante diversità.
Meluschi e Renata si sposarono il 6 settembre 1937, anno in cui accolsero in famiglia un neonato del brefotrofio che divenne il loro amato figlio Agostino. La loro casa intanto era un punto di riferimento per gli antifascisti che vi si recavano nonostante la vigilanza poliziesca. Dal ’39 la casa era frequentata da giovanissimi intellettuali, come Roberto Roversi, Francesco Leonetti, Pierpaolo Pasolini, Luciano Serra, Enzo Biagi (allora redattore del Carlino), Federico Zardi, Giorgio Bassani... Le discussioni facevano aprire ad ognuno nuovi orizzonti.
Nel ’39 Meluschi pubblicò il primo romanzo autobiografico, Strada, che passò la censura nonostante i contenuti in sostanza rivoluzionari (forse per l’ignoranza dei censori) ed ebbe un discreto successo di vendita, specie fra i giovani desiderosi di autenticità. La guerra sconvolse quei precari spazi di vita: la casa di via Mascarella fu perquisita, razziata, lesionata dai bombardamenti, e così andò distrutto il manoscritto del terzo libro ormai pronto di Meluschi, L’ombrello del cane, mentre si salvò fortunosamente il quarto, Adamo Secondo, quasi finito. Lui e la famigliola erano sfollati come tanti in città, quando avvenne l’arresto di Mussolini il 25 luglio ’43. Il 26 luglio in piazza San Petronio piena di gente che sperava nella fine della dittatura e della guerra, Meluschi fu oratore per il partito comunista, parlando di libertà, uguaglianza e dell’Italia nuova che stava per nascere. Invece era l’inizio della Resistenza e Meluschi dovette subito entrare in clandestinità; le prime missioni come “dottor Morri”, poi divenne “Il Dottore”. Con altri compagni montò una radio trasmittente su un camioncino lanciando proclami antifascisti per la Romagna, poi fu incaricato di organizzare la resistenza armata nel riminese. Mentre era ufficialmente sfollato con la famiglia a Imola, da dicembre ’43 preparava con Aldo Cucchi, Carlo Nicoli, Guido Gualandi e Claudio Montevecchi una rivista clandestina, La Comune, che uscì da gennaio a novembre ’44. Intanto Antonio Meluschi fu assegnato al CUMER (la struttura militare dei partigiani per la lotta armata) e dopo una breve tappa fra Massalombarda e S. Biagio d’Argenta fu mandato in missione a Belluno. Arrestato e torturato dalle SS, riuscì fortunosamente a fuggire pur ferendosi gravemente. Soccorso e curato alla meglio, tornò poi a piedi da Belluno a Ferrara, in due settimane. Di lì a poco era di nuovo in campo, nelle Valli, come “dottor Morri” a comandare il battaglione “Agida Cavalli” della 35 brigata “Mario Babini”. Copriva la sua attività, insieme alla moglie, insegnando e dando ripetizioni ai ragazzi di Mulino di Filo. La Resistenza era particolarmente dura e difficile nei territori di pianura e di valle, con le bonifiche allagate dai tedeschi e gli Alleati fermi sulla riva destra del Senio che invitavano i partigiani a “tornare a casa” (il proclama del generale Alexander). Meluschi nella lotta era audace e a volte provocatorio, sfidando i nemici e beffandosi di loro, un po’ come Silvio Corbari, e operava a volte in autonomia; tuttavia teneva nel battaglione disciplina rigidissima e grande rettitudine. Dopo gli ultimi terribili mesi venne finalmente la Liberazione e Meluschi smobilitò il battaglione consegnando le armi e perfezionando i vari passaggi organizzativi con i liberatori e con le Giunte popolari che si stavano creando. Restò con la moglie Renata a disposizione del CNL finché tornò normale cittadino, di nuovo a Bologna, in via Mascarella, a inizio del ’46.
Battaglie, rastrellamenti, fame e freddo, incendi e malattie e triboli di ogni tipo avevano segnato quegli umili eroi, di cui Meluschi scrisse nel 1948 in Epopea partigiana. Già nel ’46 pubblicò un libro molto forte, dal titolo La morte non costa niente, mentre lavorava al suo Adamo Secondo che uscì nel 1952, dopo essere stato rivisto da Marino Moretti. Intanto riprese l’attività di giornalista come direttore dell’Indicatore partigiano e collaborando con L’Unità e il Progresso d’Italia. La casa di via Mascarella riprese ad essere un punto di ritrovo di intellettuali, operai, partigiani, letterati e politici.
A fine ’49, nel clima ormai da guerra fredda in Europa e di sospetto verso i comunisti in Italia, Meluschi fu arrestato fino a primavera 1950 con l’accusa di non aver controllato che tutte le armi partigiane fossero state consegnate alle autorità; l’accusa era falsa ed egli ne uscì completamente assolto e innocente ma l’episodio rese evidente che i tempi erano cambiati, che Meluschi – come altri - rappresentava un momento della storia importante sì ma passato, mentre lo stalinismo deformava e sviliva l’ideale internazionalista per cui si era battuto. Nel 1955 pubblicò La fabbrica dei bambini, sulla sua tragica esperienza di trovatello, e poco dopo iniziarono problemi di salute; nel ’58 un infarto gli impose una vita tranquilla a cui mal si rassegnava. Tutto ciò e le scarse risorse economiche portarono Antonio Meluschi e Renata Viganò a vivere dal 1965 a Casalecchio di Reno ospiti della casa del figlio Agostino che li sostenne e li curò. Negli ultimi anni Meluschi scrisse ancora un libro di testimonianza sulla Resistenza, L’armata in barca pubblicato nel 1976. Il 2 maggio 1977, un anno dopo la moglie, anche lui morì.