A.N.P.I. - Ferrara

Via Renata ViganÚ

di Paola Mambriani

Via Renata Viganò è nella zona sud-est di espansione della città, fra via Giuseppe Fabbri all’incrocio con via Eva e Adamo e la via Grazia Deledda (fra il Po Morto di Primaro e la ferrovia Ferrara-Ravenna).
Poco lontano in linea d’aria c’è via Antonio Meluschi, suo compagno di vita e di lotte, che ricorderò nel prossimo numero.
Renata Viganò era nata a Bologna, in pieno centro, in via Broccaindosso, il 17-6-1900, figlia unica di estrazione borghese ma da radici combattive: sua bisnonna Caterina, insieme al figlio sedicenne, aveva seguito Garibaldi nelle valli di Comacchio in marcia verso Venezia nel 1849.
Molto miope e non bella, Renata crebbe con un forte istinto di autonomia e ribelle agli schemi di vita borghesi; già da adolescente scrisse e pubblicò due libri di versi: Ginestre in fiore, nel 1913, e Piccola Fiamma nel 1916. Intanto il patrimonio famigliare era andato disperso e il cambiamento di condizione fu radicale: Renata dovette interrompere gli studi alla terza liceo rinunciando al progetto di laurearsi in medicina (progetto comunque molto “all’avanguardia” per una donna a quel tempo) e, diventata infermiera, dal 1922 lavorò al Brefotrofio di Bologna in via D’Azeglio, mentre si prendeva cura dei genitori – entrambi ammalati – che morirono poi tra il 1926 e il 1928.
Renata restò al lavoro fino all’autunno del 1943, a contatto quotidiano con la sofferenza, la miseria dei bambini abbandonati e malati; lei stessa vivendo duri anni di sacrifici e di solitudine, riuscì solo nel 1928, morti i genitori, a comprare casa dove vivere, in via Mascarella 63/2 (diventerà un luogo importante per la Bologna intellettuale e resistente). Negli anni di giovinezza e maturità per lei così difficili e solitari scrisse un altro libro, Il lume spento, 1933, oggi ormai introvabile. Fra le compagne di lavoro di estrazione proletaria, Renata conobbe aspetti di realtà che ignorava; una di esse in particolare, Bianca Fontana di cui divenne amica, aveva fidanzato e fratello in carcere perché comunisti e, tramite lei, Renata conobbe antifascisti come Aurelio Fontana, Mario Peloni (in seguito segretario del PCdI di Ferrara)e Maria Baroncini. La colpì molto il gesto nobile e coraggioso del prof. Bartolo Nigrisoli che si dimise dall’Ospedale di Bologna per non iscriversi al Partito Fascista. Lei stessa allora, insieme a Bianca Fontana, non ritirò la tessera fascista.
Era ormai pronta per gli incontri e le vicende del destino; il 5 dicembre 1935 un comune amico - Donino Roncarà - chiese a Renata di ospitare a casa sua, almeno quella prima notte dopo la liberazione dal carcere, un giovane scrittore autodidatta, antifascista e comunista, senza famiglia: Antonio Meluschi, il futuro comandante della brigata partigiana “Mario Babini”. Da allora, restarono insieme per quarant’anni, fino alla morte, condividendo tutto: esperienze, scrittura e letteratura, lotta partigiana, ristrettezze economiche, il bello e il brutto del dopoguerra.
La loro casa - si sposarono il 6 settembre 1937 - divenne punto di riferimento per gli antifascisti, che vi si ritrovavano di nascosto dalla vigilanza poliziesca. Quello stesso anno Renata volle accogliere in famiglia un neonato del brefotrofio, dove lei continuava a lavorare; lo adottarono e lo amarono come figlio proprio: Agostino. Mentre Renata lavorava, Meluschi scriveva e pubblicava con discreto successo. La casa di Renata dal ’39 era frequentata da giovani intellettuali, divenne luogo di discussioni che aprivano le coscienze; lì si affinavano sensibilità e cultura di uomini come Roberto Roversi, Francesco Leonetti, PierPaolo Pasolini, Luciano Serra, Enzo Biagi (allora redattore del Carlino) Federico Zardi, Giorgio Bassani, i fratelli Arcangeli, qualche volta anche Galvano Della Volpe e Achille Ardigò.
Con la guerra, quei preziosi ma precari spazi di vita finirono: la casa perquisita e razziata, poi lesionata dai bombardamenti, nel luglio del ’43 Renata, Antonio e Agostino dovettero andarsene, e il 26 luglio - dopo la caduta e l’arresto di Mussolini - Renata aveva già organizzato la Commissione interna con gli operai dell’ospedale. Non era la pace, ma l’inizio della Resistenza. Il coprifuoco dalle 20 alle 6 del mattino rendeva tutto più difficile, Renata a Bologna forniva abiti civili ai soldati in fuga e insieme al bimbo subì il tremendo bombardamento del 25 settembre, mentre Meluschi era già in clandestinità altrove. Da ottobre anche Renata col bimbo iniziò una vita pericolosa, ufficialmente da sfollata col bambino e in realtà preparando una rivista clandestina “La Comune” il cui primo numero uscì il 15 gennaio 1944 e che durò fino a novembre. Da Viserbella a Imola a Campotto a Filo d’Argenta, Renata e Antonio passarono fra i partigiani della Resistenza armata, e coprivano le loro attività insegnando e dando ripetizioni ai ragazzi di Mulino di Filo. Renata prima fu staffetta, poi divenne responsabile sanitario di brigata, fra mille difficoltà e totale penuria di mezzi; il Comando della brigata Babini le diede poi la direzione del comparto e a marzo ’45 Renata costituì una rete di presidi ben diffusa nel territorio, oltre a tre ospedaletti clandestini, che riusciva a dare anche all’ospedale di Alfonsine viveri e medicinali per l’assistenza di civili e famiglie in fuga dalla prima linea del fronte.
Quando finalmente arrivò la Liberazione, dopo una fase di passaggio di consegne e di attività a disposizione del CLN, Renata e i suoi tornarono a Bologna a inizio 1946, dove la loro casa riprese ad essere ritrovo di giovani intellettuali come Tobino e D’Agata, e ambedue ripresero a scrivere mentre Agostino cresceva. Renata collaborava anche all’Unità (per es.fu inviata a Mosca nel marzo 1950 per le elezioni del Soviet Supremo), a Rinascita e a Noi Donne (per questo periodico fino al 1955.)
Renata trasferì la testimonianza e le esperienze a contatto con tanti umili eroi della Resistenza nel libro di una vita: L’Agnese va a morire, che vinse il Premio Viareggio nel 1949 e fu tradotto in ben 14 lingue e Paesi in pochi anni. Renata scrisse e pubblicò ancora negli anni ’50 Storie di ragazze che trattò con molto anticipo il tema dell’aborto. Scrisse ancora, più tardi, Matrimonio in Brigata che fu pubblicato postumo.
Nel 1975 mentre L’Agnese va a morire veniva trasposto al cinema da Giuliano Montaldo e la stessa Renata Viganò collaborava alla sceneggiatura, la salute la stava abbandonando e non riuscì a vedere il film ultimato; morì infatti il 24 aprile 1976 assistita amorevolmente dal figlio Agostino e la moglie, che ospitarono nella loro casa di Casalecchio di Reno Renata e Antonio nei loro ultimi anni.

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