A.N.P.I. - Ferrara

Via Piero Gobetti

di Paola Mambriani

Via Piero Gobetti si trova in pieno centro città, in un’area percorsa ogni giorno da moltissime persone, una zona di strade tutte dedicate ad intellettuali martiri dell’antifascismo che furono uccisi perché il loro esempio e il loro pensiero venissero messi a tacere per sempre, non potessero essere lievito per la rivolta delle coscienze.contro la dittatura. È una via piccola e breve, la prosecuzione della Galleria Matteotti fra via Amendola e via Vaspergolo, fra via Porta Reno e via San Romano, nel cuore della città.
Piero Gobetti era torinese; nato nel 1901 fu di ingegno precocissimo e già nel 1918 si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza. Uno dei suoi professori, F.Ruffini, constatò e disse che subito il ragazzo “da scolaro divenne maestro”: nel novembre 1918 infatti fondò una rivista quindicinale – “Energie nove”- ispirata alla filosofia di Croce, Gentile, al pensiero liberale di Einaudi, all’attività politica di Salvemini. Voleva collaborare a cambiamenti concreti perciò si orientò verso i Gruppi d’azione degli amici dell’Unità di Salvemini che propagandavano il voto alle donne, il sistema elettorale proporzionale, la riforma amministrativa del Paese e la Società delle Nazioni nella vita internazionale.
Il panorama italiano del tempo era ben diverso da oggi, e per di più nel quadro di un’Europa in ginocchio dopo la Grande Guerra, con tutti i gravi contraccolpi economici, sociali e politici che portavano lacerazioni profonde, mentre la rivoluzione russa del 1917 trasformava in profondità le prospettive dei popoli nel mondo occidentale.
Piero Gobetti voleva rinnovare il liberalismo attraverso l’iniziativa dei gruppi sociali più attivi nati nella dinamica dell’industrializzazione moderna in Italia, e i problemi che vedeva più urgenti erano quelli dell’educazione politica, del socialismo e del Mezzogiorno. Nel febbraio 1920 sospese la pubblicazione della rivista e si dedicò intensamente agli studi filosofici e politici, traducendo anche opere dal francese e interpretando il Risorgimento italiano come una rivoluzione mancata. Sempre in quell’anno si avvicinò a Gramsci nel movimento torinese di occupazione delle fabbriche e al gruppo dell’”Ordine Nuovo” e dal 1921 collaborò al giornale diventato quotidiano con recensioni e critiche teatrali.
Il 12 febbraio 1922 uscì il primo numero di una sua nuova rivista, “Rivoluzione liberale,” che già dal titolo enunciava la sua battaglia: occorreva un “liberalismo rivoluzionario” e il movimento operaio era il “solo capace di recare alla sua ultima logica il valore rivoluzionario moderno dello stato”. Mentre in Italia collassava lo stato liberale, c’era la marcia su Roma e a Mussolini veniva dato il governo nel 1922, Gobetti difendeva le libertà di stampa, di associazione, di parola, e scriveva che il fascismo era la “sinte
si, spinta alle ultime conseguenze, delle storiche malattie italiane: retorica, cortigianeria, demagogia, trasformismo”.
Aveva solo 21 anni, ma che grande lucidità di visione!!!
Nel gennaio del 1923 si era sposato con Ada Prospero, compagna di studi e di impegno politico, ma subito il 6 febbraio fu arrestato come “appartenente a gruppi sovversivi che complottano contro lo stato” e di nuovo il 29 maggio con le stesse modalità. Tutto ciò non lo fermò, anzi: nel 1923 uscirono due raccolte di saggi letterari e teatrali, nel 1924 l’importante saggio teorico “La rivoluzione liberale”. Fu allora che subì un’aggressione squadristica così grave da minarne profondamente il fisico (prima causa della sua morte precocissima) e frequenti e ripetuti sequestri della sua rivista “Rivoluzione liberale”.
Piero Gobetti si decise perciò a fondare un’altra rivista culturale e letteraria, “Il Baretti”, che uscì dal 23 dicembre 1924, mentre continuava la sua attività di editore pubblicando un centinaio di opere politiche, storiche e letterarie – fra cui Ossi di seppia di Montale – La vita però gli era ormai impossibile, ostacolata in ogni modo. A testimonianza storica delle persecuzioni c’è un telegramma personale di Mussolini al prefetto di Torino contenente l’ingiunzione di “rendere la vita difficile a Gobetti”.
Egli quindi, dopo la pubblicazione dell’ultimo articolo sulla “Rivoluzione liberale” dell’8 novembre 1925, elogiando la grande industria come fucina di nuovi tipi di lavoratori e imprenditori, partì per l’esilio in Francia già malato senza prospettive. Morì a Parigi, infatti, il 15 febbraio 1926, nella stessa clinica dove agonizzava Giovanni Amendola, che vi sarebbe morto a inizio aprile.
Aveva solo 25 anni quando morì.
Il pensiero di Gobetti non finì con lui, anzi: lo stesso anno furono pubblicati postumi altri suoi studi sul Risorgimento – Risorgimento senza eroi – in cui indica nelle grandi masse del proletariato industriale le protagoniste della nuova rinascita nazionale, e sulla letteratura russa e gli eventi della Russia rivoluzionaria – Paradosso dello spirito russo – che incisero sul dibattito in materia.
La moglie e i seguaci ne continuarono l’opera fondando il Partito d’Azione e continuando la lotta antifascista fino a essere tra i primi – col figlio di lui, Paolo - a iniziare la resistenza armata.
Il contributo degli azionisti alla resistenza fu inferiore solo a quello comunista, e negli anni 1943-45 essi svolsero un importante ruolo politico. I loro leader erano uomini di alti principi, profondamente rispettati per il loro coraggio e integrità; tra essi c’erano Ferruccio Parri, Carlo Sforza, Ugo La Malfa, Ernesto Rossi, e in maggior parte erano stati allievi o compagni di lotta di Salvemini, Rosselli e Gobetti, che – ricordiamolo ancora - nonostante la giovane età era diventato presto “da scolaro maestro”.

Anna Paola Mambriani

Bibliografia: Denis Mack Smith “Storia d’Italia 1861-1969” Ed. Laterza 1972
Giorgio Amendola “Storia del Partito comunista italiano 1921.1943” Ed. Riuniti 1978
Carlo Salinari- C. Ricci “Storia della letteratura italiana” Ed. Laterza 1983
Giorgio Amendola “Lettere a Milano” Ed. Riuniti 1974