A.N.P.I. - Ferrara

Via Otello Putinati

di Paola Mambriani

Tutti a Ferrara conoscono via Putinati, una via lunga, che si dirama da via Bologna e corre fino al Piazzale di San Giorgio separata solo da una riviera di case dal Po di Volano; e tutti, o quasi tutti almeno fra i meno giovani, sanno chi era Otello Putinati. La via che gli è stata dedicata è quella dove è nato e ha sempre abitato, nel popolare Borgo di San Luca.
Oggi, in quella che fu la sua casa c’è un ristorante cinese, ma una lapide lo ricorda con parole vere, non retoriche e che non dovremmo dimenticare:
Cittadino ricorda
che il fascismo non è caduto da solo
che da solo non sorgerà un mondo migliore
per questo
OTELLO PUTINATI
poco dimorò
nelle povere stanze di questa casa
ove pure lo chiamava l’affetto dei suoi
ma fuori, nelle lotte
con gli umili, con gli operai, con gli oppressi
visse indomito fra l’uno e l’altro carcere
fino alla morte che lo lasciò vivo
per sempre

Otello Putinati era nato il 23 agosto 1899 al n. civico 100, che allora era conosciuto come “Al Castèll” (erano casette a un piano, piccolissime e senza acqua corrente e luce, senza servizi igienici) in una famiglia poverissima – come tutte quelle di San Luca – e nella sua vita si alternarono lunghi periodi di disoccupazione con altri di impieghi di scarso rilievo. Per le enormi difficoltà economiche dei suoi cominciò a lavorare da ragazzino come pastaio, e già a 15 anni divenne organizzatore sindacale. Nel 1917 fu chiamato alle armi e al fronte fu ferito in combattimento. Fin da allora professava idee socialiste (risulta dalle schede segnaletiche della polizia del tempo) e dopo il servizio militare ne approfondì la conoscenza e misurò le sue convinzioni nel confronto coi compagni socialisti di Borgo San Luca. Nel 1921, quando con la scissione del PSI nacque il PCI, Otello Putinati fu tra i primi dell’ampio gruppo di aderenti del Borgo e fondatori del PCI a Ferrara - il 6 febbraio 1921 - ed ebbe l’incarico di responsabile in direzione dei giovani.
Lavorò instancabile per il partito anche dopo l’avvento del fascismo; anzi ne divenne il responsabile principale per la provincia di Ferrara. Il regime si accaniva contro di lui, la moglie e i figli; la fame era tanta. Continuò la lotta antifascista clandestina dopo la promulgazione delle leggi eccezionali nel 1926 e fu arrestato nel 1927, il 20 ottobre, con l’accusa di essere il referente ferrarese per l’organizzazione comunista emiliana. La perquisizione a casa sua portò come prove della sua “colpa” 8 copie della rivista Battaglie sindacali. Il Tribunale speciale per la difesa dello Stato (lo Stato fascista, ricordiamolo) lo condannò a 2 anni di prigione e 3 anni di vigilanza speciale. Quando uscì due anni dopo, riprese subito i contatti politici, col centro estero del PCI a Parigi; fu perciò arrestato di nuovo il 20 marzo 1930 e condannato a 4 anni per ricostituzione del PCI. Grazie all’amnistia per il “decennale” fascista uscì dal carcere di Civitavecchia nel novembre 1932, e continuò la sua battaglia politica, ma fu riarrestato il 2 luglio 1933 e condannato a 16 anni di reclusione; si ammalò gravemente, operato allo stomaco e a un rene, poi fu portato all’isola di Pianosa dove restò 6 anni. Mentre era in carcere, alla moglie veniva rifiutato il lavoro e si impediva a chiunque – anche con persecuzione - di aiutarla.
Nel settembre 1940 fu scarcerato e potè tornare a Ferrara praticamente guardato a vista e arrestato di frequente anche per minimi sospetti. La sua famiglia soffrì con lui: povertà, pericoli, ancora fame in anni durissimi.
Durante gli anni di guerra riuscì comunque a mantenere attivi i contatti politici; con alcuni altri compagni altrettanto coraggiosi e dediti alla causa della libertà come per esempio Italo Scalambra ed Ermanno Farolfi ricostituì la segreteria della federazione del PCI ferrarese e contribuì ad organizzare la manifestazione popolare per l’armistizio il 9 settembre ’43. Ebbe poi l’incarico di organizzazione della Resistenza e - cito dalla scheda compilata da lui stesso per l’adesione all’ANPI a guerra finita - : “Dal marzo del 1944 al marzo 1945 in stretto contatto con la Brigata Rizzieri Bruno. In cinque Comuni ho svolto attività intesa a costituire e armare i vari distaccamenti che sono sorti e hanno operato in questa zona” . I comuni in cui operò con coraggio, prudenza e d efficacia per costituire i primi gruppi partigiani furono Cento, Sant’Agostino, Vigarano Mainarda e Bondeno, oltre a Ferrara.
Il suo nome di battaglia è Carlo (infatti i compagni anche dopo lo chiamavano affettuosamente Carlin) ma anche Nicola; infatti per motivi di sicurezza fu spostato dal partito nella zona di Mirandola e poi a Reggio Emilia.
Agli inizi del 1945 tornò in provincia di Ferrara, nel bondesano, e fu uno dei principali organizzatori della manifestazione popolare del 18 febbraio nella piazza del Municipio. Tornò poi a Reggio Emilia dove continuò a operare e partecipò alla liberazione della città.
Dopo la Liberazione divenne segretario della Camera confederale del lavoro di Ferrara. Nel 1946 fu eletto consigliere comunale di Ferrara e nelle elezioni del primo Parlamento repubblicano, il 18 aprile 1948, fu eletto senatore per il Fronte democratico popolare.
Fu anche animatore di una serie di scioperi dei braccianti della provincia per le tariffe orarie, ed era a Bondeno durante lo sciopero bracciantile del 1948 la difesa del collocamento, quando la repressione della “Celere” di Scelba sparò sulla folla e uccise Fernando Ercolei, socialista. Putinati restò allora a Bondeno, con Scalambra, per organizzare un comizio di protesta, mentre i poliziotti si erano allontanati in fretta.
Nel 1949 diventa segretario nazionale della federazione lavori edili della CGIL. Si spende generosamente per un’Italia giusta e per la difesa dei deboli, viaggia in treno, veste male e mangia peggio, si stanca molto ma non riposa mai. Nell’ottobre successivo viene di nuovo nominato segretario generale della Camera del lavoro di Ferrara e viene colpito da infarto in treno, tornando da Roma, e muore così a Bologna il 19 dicembre 1952.
Il cordoglio per la sua morte fu enorme, le esequie a Ferrara in Piazza della Repubblica gremita di gente; si espressero commossi uomini come Vincenzo Cavallari, Palmiro Togliatti, Pietro Secchia, Spero Ghedini sottolineandone la totale dedizione alla lotta per la libertà e per la giustizia sociale, a favore dei deboli, come scrisse allora Vincenzo Cavallari:
“ Nonostante tutti i soprusi e le violenze di cui fu vittima, nonostante la fame che egli stesso e la sua famiglia patirono, mai abbiamo sentito una parola di odio uscire dalle sue labbra. Ogni suo pensiero denotava l’intimo convincimento proprio dei militanti della classe lavoratrice, che solo con la reciproca comprensione e con l’unione di tutti gli onesti le ingiustizie sarebbero cessate. Ed a noi giovani che, conoscendo la sua naturale modestia e la sua comprensione, spesso a lui fiduciosi ci accostavamo per un consiglio o per esporgli qualche nostra preoccupazione, sapeva sempre indicare la via migliore, la più umana, la più saggia.”