A.N.P.I. - Ferrara

Piazza Renato Squarzanti

di Paola Mambriani

Nel quadrante sud est della città, fuori le mura nel quartiere di San Giorgio, fra le tante strade cresciute con lo sviluppo urbano fra via Ravenna, via Comacchio e la ferrovia Ferrara-Codigoro, si trova piazza Renato Squarzanti. Si apre come spazio ampio, verde e tranquillo e costeggia la zona scolastica lungo via Emilio De Marchi, una traversa di via Boschetto.
È bello che sia stata intitolata lì un luogo per ricordare Renato Squarzanti, poiché dopo l’adolescenza abitò proprio in via Ravenna, al n.126.
Era nato a Porotto il 2 giugno 1915, quarto di sei figli di modestissima famiglia: il padre Antonio birocciaio e la madre Maria Cristofori casalinga. La famiglia si trasferì quasi subito in città, in via Bonnet nella zona della Darsena e Renato ebbe come compagno di scuola e di giochi Luigi Mistroni che divenne anch’egli antifascista. Le famiglie della zona erano povere e sentivano fortemente il peso dell’ingiustizia sociale; gli adulti trasmettevano ai ragazzi – anche solo con l’esempio di valori vissuti – il desiderio di una maggiore giustizia e libertà.
Ancora di più ciò era comune identità in Borgo San Luca, dove la famiglia Squarzanti si trasferì durante l’adolescenza di Renato, e dove era forte una coscienza collettiva di lotta contro il fascismo, mai soffocata nonostante la sconfitta del 1921-22. Almeno in parte la formazione culturale e psicologica di Renato fu influenzata da quell’ambiente: la famiglia si trasferì di nuovo, questa volta a San Giorgio, in via Ravenna nella zona di borgo Garbini (oggi non più riconoscibile per l’enorme sviluppo edilizio e viario) e Renato – all’età di 16-17 anni espose in casa, alla cappa del camino, un ritratto di Lenin!
Un fascista lo segnalò e il ragazzo fu prima interrogato alla Casa del Fascio, poi le autorità di polizia lo internarono in un carcere minorile.
Uscito di lì, e interrotti da tempo gli studi nonostante la viva intelligenza e l’amore per la cultura (lo testimoniarono i suoi amici, allora quasi tutti studenti, che ne apprezzavano le qualità e confermarono che andava spesso in biblioteca comunale a leggere e scrivere e che comprava libri, cosa ben rara nella sua condizione sociale) trovò lavoro come fattorino nello studio dell’avvocato Minerbi, ebreo, in Borsa di Commercio. Quasi subito venne arrestato di nuovo con l’accusa di aver scritto volantini contro il fascismo usando proprio la macchina da scrivere dello studio. L’avvocato Minerbi dimostrò che non era così e Squarzanti fu scarcerato; aveva 18 anni, era il 1933 e, fra tanti altri, venne allora arrestato e condannato per antifascismo suo cognato Fernando Bruni, marito della sorella maggiore Ada Velia, con l’accusa di ricostituzione del PCI.
Lasciato lo studio legale, Renato venne assunto da un laboratorio per la fabbricazione di medicinali, insieme al fratello minore Alfredo; vi lavorò per alcuni anni mentre coltivava le amicizie con coetanei, fra i quali Giovanni Tamisari, poi medico molto conosciuto in città, che ne ricordavano dopo decenni la franchezza, il coraggio, l’intelligenza e la socievolezza.
Arrivò il momento del servizio militare, che svolse in una compagnia di sanità del 39° Reggimento fanteria. Anche lì svolse un’intensa opera di propaganda antifascista, tanto da organizzare una vera e propria manifestazione di protesta, con molto seguito di militari malati e in servizio, contro l’autoritarismo e i metodi dei comandanti. Così, insieme ai suoi compagni, venne di nuovo arrestato e portato davanti al Tribunale speciale il 14 settembre del 1938.
Venne condannato a 5 anni di carcere, ma dopo 3 anni usufruì di un’amnistia e fu trasferito dal carcere in Sicilia, per terminare il servizio militare. Riuscì però a sposarsi, il 24 agosto 1941, pur non potendo vivere con la moglie che stava a Bologna. Infatti, conclusa la ferma e tornato a Ferrara, fu sottoposto a sorveglianza speciale con l’obbligo di residenza permanente presso la casa dei genitori. Purtroppo la moglie si ammalò gravemente e morì il 27 dicembre 1942. Neppure allora la polizia gli diede il permesso di andare almeno al funerale, ma egli vi andò lo stesso, rischiando un nuovo arresto.
Tornò al lavoro, come addetto al laboratorio nella farmacia Navarra, di fronte al Castello Estense (quella del film “La lunga notte del ’43”) e continuò l’attività antifascista nell’organizzazione della Resistenza ferrarese, dove aveva il compito di tenere i contatti con persone estranee al PCI ma vicine all’antifascismo. In seguito all’uccisione del federale Ghisellini, nel novembre ’43, vi fu la feroce reazione fascista che culminò con l’eccidio del Castello.
Anche Squarzanti fu tra gli arrestati nella retata fascista, insieme a Lambertini, Magoni, Primo Canella e altri; dal carcere, dopo che fu bombardato nel dicembre ’43, furono trasferiti nella caserma Bevilacqua e ad ogni bombardamento aereo venivano fatti uscire e scortati sui bastioni in fondo a corso Ercole d’Este. A febbraio ’44, in una di queste occasioni, approfittando della confusione e del buio, Squarzanti, Magoni e Lambertini fuggirono e ripresero poi le loro attività.
Nella riorganizzazione che ne seguì, per meglio coordinare l’azione partigiana Ferrara e provincia furono suddivise in zone diverse ed è per questo che Renato Squarzanti era Tenente, Commissario della 3° Brigata Garibaldi “Bruno Rizzieri” (cioè della zona dei comuni nella parte ovest della provincia, con centro a Bondeno).
Sospettato (erroneamente) di essere l’autore dell’attentato dell’8 luglio ’44 contro l’ufficio di collocamento germanico in piazzale San Giorgio, Squarzanti fu di nuovo arrestato e messo in carcere a Copparo. Lì furono portati anche molti altri arrestati e il 10 agosto ’44, in seguito all’uccisione gappista del maresciallo di P.S. Mario Villani - uomo così violento che persino il Questore del tempo lo scriveva nei suoi rapporti - l’autorità fascista decise una rappresaglia senza processi o accuse specifiche.
Venne stilata una lista di antifascisti da fucilare subito il mattino dopo, fra essi Squarzanti con la motivazione: “perché comunista irriducibile, pericolosissimo”. Nel processo tenuto nel dopoguerra contro la banda di De Sanctis, il dr. A. Baldi testimoniò che quella notte fu chiamato a dare assistenza, insieme a un prete, ai condannati, e che tutti avevano vistosi segni di botte in testa e i piedi tumefatti per i colpi subiti.
Vennero portati in camion a Ferrara, in Castello, e da qui gli 8 scelti come vittime, in un furgone chiuso arrivarono alla Certosa, dove prima dell’alba dell’11 agosto furono allineati contro un muro e falciati dal plotone d’esecuzione. Si salvò Iovanti Balestri, correndo e sfuggendo agli inseguitori nel buio fra le piante degli orti vicini. Così morirono quegli uomini che lottavano per la loro e la nostra libertà. Fra di loro Renato Squarzanti, e aveva solo 29 anni.