A.N.P.I. - Ferrara

Via Ermanno Farolfi

di Paola Mambriani

Via Ermanno Farolfi si trova entro le mura della città, nel quartiere fra via Arianuova e via Orlando Furioso; è una strada breve e tranquilla, costeggiata da case con giardino su un lato e da alberi sull’altro, fra via Azzo Novello e via Beata Lucia da Narni.
É intitolata ad un vero eroe della Resistenza, un uomo coraggioso e coerente, riconosciuto partigiano dal 1 ottobre 1943 al 10 agosto 1944.
Non è il primo omaggio che la città, intesa come comunità di cittadini, gli dedica: nell’immediato dopoguerra, infatti, gli ambulanti che con le loro bancarelle realizzavano il mercato cittadino sul Listone, gli intitolarono una piazzetta, ora non più esistente, nel cuore del centro-città: era lo spazio vuoto creato dai bombardamenti e dai danni della guerra alle spalle delle rovine del Palazzo di Giustizia, fra l’attuale via don Minzoni, la Galleria Matteotti e via Porta Reno, dove oggi si trova l’edificio che ospita una banca. Misero anche la lapide, come si deve. Poi la ricostruzione e le esigenze della vita della città portarono alle scelte attuali.
Ho un ricordo forte e affettuoso della madre di Farolfi, morto molto prima che io nascessi: la signora Linda, come la chiamavano tutti, era sempre presente alle celebrazioni civili del 25 aprile, del 1° maggio, di commemorazione degli eccidi fascisti nei vari luoghi della città. Quelli che erano giovani impegnati nella vita politica del PCI dalla fine degli anni ’40 agli anni ’50 la ricorderanno - presenza umile e affettuosa - nella sede della Federazione provinciale, come colei che cucinava e dava una modestissima ospitalità nel Palazzo Tassoni di via Savonarola 27, dove ora ha sede la Facoltà di Lettere e Filosofia.
Ermanno Farolfi era il suo unico figlio, nato a Marrara il 18 settembre 1906 da padre N.N.(come dicono i documenti d’epoca, quando una ragazza madre aveva vita difficile) e da Maria Farolfi.
Fin da ragazzo lavorò, figlio della classe operaia, e si iscrisse al Partito Comunista fin dal 1921, all’età di 15 anni. Dall’ascesa del fascismo fu attivo nelle file clandestine del PCI e si distinse sempre per il suo spirito battagliero e indomito. Il 10 febbraio 1931 fu arrestato per la sua attività antifascista dalla polizia fascista; scontò 8 mesi di carcere a Ferrara, poi fu portato davanti al Tribunale speciale, che lo condannò a 5 anni di confino, fino all’amnistia. In seguito subì un’altra condanna di 5 anni di confino non completamente scontati.
Nel 1943 lo troviamo residente a Torino e dopo la caduta del fascismo, il 25 luglio del 1943, di nuovo a Ferrara come rappresentante del PCI nel primo Comitato Unitario, nucleo di origine del CLN ferrarese.
Dopo l’8 settembre 1943, e precisamente la mattina del 9 settembre, i Ferraresi lo videro alla testa di una grande manifestazione popolare patriottica di piazza, e al comizio in cui dovevano parlare diversi esponenti antifascisti parlò brevemente per primo, saltando su un tavolino da bar, incitando alla lotta, a continuare lo sciopero, con l’obiettivo di far cessare la guerra e per la pace all’Italia. Tutto ciò nel giro di un’ora. Frattanto iniziò la reazione repressiva durissima degli occupanti nazifascisti sul territorio, ed Ermanno Farolfi - insieme ad altri valorosi fra cui Otello Putinati e Italo Scalambra – divenne uno dei più fieri organizzatori e animatori della Resistenza ferrarese, agendo intensamente soprattutto nella zona Est della nostra provincia.
Individuato dai nazifascisti e braccato, dovette lasciare Ferrara e continuò la Resistenza prima nei Gap e in provincia di Bologna, poi in montagna coi partigiani sull’Appennino emiliano-romagnolo, con il grado di sottotenente partigiano; lì divenne Commissario della 36° Brigata Garibaldi, la Bianconcini.
Dal libro Quelli che non si arresero di Luciano Bergonzini (ED. Riuniti, 1957) apprendiamo che Ermanno Farolfi conduceva azioni armate sulla faentina con cui i partigiani bloccavano autocarri tedeschi, ne uccidevano le scorte armate e guidavano il bestiame sequestrato verso il Comando di Brigata, il 6 agosto tornava verso Firenzuola (Firenze) per accordarsi coi contadini in vista di un’azione successiva per sottrarre ai tedeschi le mandrie di bestiame che il principe Borghese aveva concentrate in una sua tenuta nei pressi di Scarperia.
Segnalato da delatori fascisti, Farolfi fu individuato dai tedeschi, fermato, perquisito e, poiché aveva una rivoltella alla cintura, picchiato, seviziato e torturato. Non si piegò e non disse una parola, così i nazisti decisero rapidamente di ucciderlo. Lo fucilarono a Firenzuola il 10 agosto 1944, mentre la compagnia dei suoi uomini aspettava invano il suo ritorno.
Nel 1959 fu posta nel cimitero di Firenzuola una lapide commemorativa della fucilazione di Ermanno Farolfi e di Pietro Liverani di Firenze, accomunati dal sacrificio per la libertà di noi tutti e per l’indipendenza dell’Italia dall’occupante straniero.
Anche in quell’occasione era presente la vecchia madre Maria, cioè quella che per noi era la signora Linda.