A.N.P.I. - Ferrara

Via Silvano Balboni

di Paola Mambriani

Via Silvano Balboni è una piccola traversa di via Bologna, a sinistra uscendo dal centro di Ferrara, di fronte alla più nota via Ungarelli. La targa stradale reca scritto: SILVANO BALBONI patriota (1922-1948). Egli visse poco, infatti, solo 26 anni, ma lasciò un segno generoso di impegno e di ideali nei tempi durissimi che gli toccò vivere.
Quando nacque, nell’aprile del 1922, suo padre Francesco, medico, aveva 52 anni ed era stato uno dei primi socialisti ferraresi, fondatore della sezione ferrarese della società per la protezione degli animali, commediografo e poeta dialettale. Da lui Silvano aveva imparato ad amare la giustizia sociale, la libertà e la vita.
Nel 1938, da studente del liceo classico “Ariosto” di Ferrara, entrò in contatto con Alda Costa, già costretta a vivere di lezioni private e confinata a causa del suo intransigente antifascismo. La frequentò assiduamente, assieme agli amici Gian Luigi Devoto e Claudio Savonuzzi, e conobbe lì Giorgio Bassani ormai laureando e impegnato ad organizzare con C.L. Ragghianti il movimento liberalsocialista di Guido Calogero e Aldo Capitini.
Silvano Balboni fu coinvolto con gli amici in quel lavoro politico, si recò spesso con Bassani a Bologna e a Modena in riunioni clandestine a casa di Cesare Gnudi e di Ragghianti, dove a volte c’erano Capitini, Claudio Varese e Agostino Buda.
Il movimento liberalsocialista divenne poi il componente principale del Partito d’Azione, fondato nel maggio-giugno 1942, erede anche del movimento Giustizia e Libertà dei fratelli Rosselli e di Gaetano Salvemini.
L’attività antifascista dello studente Balboni, vegetariano, gandhiano e nonviolento, consisteva soprattutto nella redazione e distribuzione di volantini davanti alla fabbrica metallurgica IMI, insieme all’operaio Maturino Correggioli.
Chiamato alle armi nel novembre del 1942 Silvano Balboni era stato destinato all’11° Reggimento di fanteria di stanza a Forlì, da cui si inviavano le truppe per occupare e reprimere la Slovenia.
Qui conobbe il maggiore Giusto Tolloy, (che aveva già scritto e diffuso il manifesto antifascista Agli italiani) e aderì alla sua iniziativa di creare un movimento romagnolo giovanile “Popolo e Libertà” repubblicano e federalista europeo che sentiva vicino al suo impegno pacifista, da seguace della filosofia gandhiana nonviolenta appresa dal grande Aldo Capitini.
Nel maggio 1943 - studente del terzo anno di Medicina - compì un gesto di grande coraggio e valore morale: buttò via la divisa, dato che il suo reparto sarebbe stato mandato a reprimere nel sangue la resistenza slovena contro l’occupazione nazi-fascista. Dovette vivere nascosto nelle campagne romagnole, spostandosi da un posto all’altro, col rischio della condanna a morte, aiutato dagli amici e compagni di lotta come Savonuzzi fra Ravenna e Cattolica; lì ritrovò Tolloy, nascosto sotto il falso nome di Guido Salvi, e insieme continuarono l’attività antifascista con scritti e con azioni diverse. Solo dopo il 25 luglio fece qualche scappata clandestina a Ferrara a vedere i genitori e la maestra Alda Costa. Fu lei, dopo l’8 settembre e la reazione furibonda dei nazisti all’armistizio, a consigliargli, (poichè era schedato come noto antifascista) di fuggire in Svizzera. Si salvò così dall’eccidio fascista del novembre a Ferrara, e si salvarono anche Savonuzzi, Bassani, Devoto.
Entrò clandestinamente in Svizzera il 18 novembre 1943; come disertore venne autorizzato all’ingresso dalle autorità elvetiche e internato nel campo di rifugiati militari a Büren, nel cantone di Berna... ma noi non possiamo considerarlo un disertore, anzi! Era tenacemente repubblicano e antimonarchico e a fine ’43 scriveva “ci armiamo e ci prepariamo, ma partiremo soltanto dopo aver intravisto la possibilità di cacciare, oltre ai tiranni di fuori, i tiranni di dentro” (da una lettera a Curzio Bertozzi). Nel gennaio ’44 ottenne di trasferirsi nel campo per internati-studenti di Ginevra e qui, nonostante le limitazioni e i controlli a cui erano sottoposti gli stranieri, entrò presto in contatto con alcuni intellettuali antifascisti esuli da tempo e soprattutto con Ernesto Rossi, già autore con Altiero Spinelli del Manifesto di Ventotene e co-fondatore del Movimento federalista europeo. Silvano Balboni fu da subito in sintonia con l’entusiasmo europeista di Rossi e ne divenne uno dei più stretti collaboratori. Il lavoro quotidiano fu febbrile fra lezioni, seminari, preparazione e diffusione di opuscoli, corrispondenza, incontri con intellettuali come Einaudi, discussioni...
Tornato in Italia nel ’45 e attivo cittadino su più piani, Silvano Balboni continua da Ferrara il legame con Ernesto Rossi; dall’aprile ’46 è assessore socialista ai Servizi Demografici del Comune di Ferrara. Socialista autonomista, è contrario alla scissione di Saragat del ’47 e resta nel PSI. Organizza il locale Centro di Orientamento Sociale per cui prepara, d’intesa con Capitini, l’importante Convegno di religione (6-9 maggio 1948).
E in quei momenti così intensi e difficili della nostra storia muore di scarlattina a 26 anni, il 7 novembre 1948. E’ una delle gravi perdite per la democrazia ferrarese.

(notizie tratte anche da “ Lettere antifasciste di Silvano Balboni” di A. Roveri 2G Libri editore, 2003)