A.N.P.I. - Ferrara

Via Giovanni Amendola

di Paola Mambriani

Via Giovanni Amendola si trova fra via Porta Reno e via San Romano, nel cuore del centro storico di Ferrara, in un comparto di strade fra la piazza Trento Trieste, le vie sopra indicate e via Vaspergolo, tutte dedicate ad alcuni intellettuali e uomini politici martiri della violenza fascista nei primi anni della sua affermazione al potere in Italia; uomini come Giacomo Matteotti, don Minzoni, Antonio Gramsci, Piero Gobetti...
Giovanni Amendola era della generazione dei padri, di quelli nati e cresciuti a fine ‘800-inizio ‘900 e che – formatisi in una temperie di cambiamenti – furono in modi diversi “alle origini della nuova democrazia”.
Nato a Napoli il 15 aprile 1882 da Pietro e Adelaide Aglietta, si trasferisce con la famiglia quasi subito a Firenze prima, e a Roma poi, per le esigenze di servizio del padre carabiniere.
Qui Giovanni si iscrive appena quindicenne alla gioventù socialista e l’anno dopo – 1898 – è già apprendista al giornale “La Capitale” (direttore Edoardo Arbib) mentre il governo, per reprimere i moti popolari a Milano, impone lo scioglimento di molte sedi socialiste in Italia. Giovanni Amendola vuole impedire la chiusura della sede romana e viene brevemente arrestato.
Continua l’attività al giornale e così entra in contatto con la Loggia della Società Teosofica che, fra ‘800 e ‘900, ha molti adepti negli ambienti intellettuali e cosmopoliti in  quasi tutta Italia. Giovanni vi aderisce a 18 anni, l’anno 1900; ha una grande apertura e curiosità culturale, impara l’inglese e il francese, ma capisce ben presto che la teosofia non è una vera teoria scientifica e nel 1905 l’abbandona. In quegli anni però vi ha conosciuto e si è innamorato dell’intellettuale lituana Eva Oscarova Kühn, che sposa nel 1906. Unione felice, da cui nasceranno quattro figli, fra i quali Giorgio, il futuro partigiano e leader  del P.C.I., e Pietro che lo seguirà nell’impegno politico.
Giovanni continua gli studi e ha intensa vita intellettuale: scrive per la rivista “Leonardo” di G. Papini e G. Prezzolini, collabora alla rivista “Rinnovamento”, si accosta alla massoneria della loggia Oriente di Roma ma l’abbandona nel 1908. Con la moglie soggiorna e studia a Berlino e a Lipsia.
Nel 1909 si stabilisce a Firenze, ed è direttore della Biblioteca filosofica. Lì collabora con “La Voce”, fondata da Prezzolini. Nel 1911 si laurea in filosofia e fonda e dirige a sua volta “L’Anima” insieme a Papini. Nel dibattito politico italiano si esprime a favore dello sforzo bellico in Libia, ma in lui è prevalente l’attività di giornalista: collabora con Il Resto del Carlino su temi culturali e nel 1912 ne diventa il corrispondente da Roma. Per le elezioni del 1913 si schiera con Giovanni Giolitti e poi, seppure favorevole all’ingresso dei cattolici nella vita nazionale, è contrario alla creazione di un partito confessionale.
Ottiene la libera docenza in Filosofia teoretica e nel 1914 gli viene offerta una cattedra come docente in quella disciplina all’Università di Pisa ma vi rinuncia pochi mesi dopo: infatti viene assunto alla redazione romana del “Corriere della Sera”, il maggiore quotidiano italiano, e così resta a Roma e si avvia alla carriera pubblicistica e politica. 
In quell’anno si schiera per l’intervento italiano nella Grande Guerra, su posizioni irredentiste democratiche; parte lui stesso volontario – tenente di artiglieria sull’Isonzo – e riceve una medaglia di bronzo al valor militare. Intanto la carriera prosegue: nel 1916 è capo dell’ufficio di Roma del Corriere della Sera e, finita la guerra, nel 1918 è fra i promotori del Patto di Roma: un accordo per smembrare l’impero austroungarico e permettere l’autodeterminazione dei popoli che vi erano sottomessi. Ma la politica estera italiana non lo permetteva e Giovanni Amendola polemizza duramente col ministro Sidney Sonnino.
Alle elezioni politiche del 1919 Amendola, candidato a Salerno per il partito Democrazia Liberale, è eletto alla Camera. È sottosegretario alle Finanze con Nitti nel 1920 e, rieletto nel 1921, entra nel gruppo “ Democrazia unitaria”.
Lascia il Corriere e con Andrea Torre e Giovanni Ciraolo fonda un nuovo giornale, “Il Mondo” che diventa in breve una voce importante della stampa democratica.  Nel febbraio 1922, in quota liberaldemocratica, Amendola è chiamato nel 1° governo Facta come ministro delle Colonie. 
Passo dopo passo agisce instancabile per unire i vari gruppi liberal-democratici in Parlamento finché, alleato con Nitti, nel giugno 1922 fonda il “Partito democratico italiano” a cui aderiscono 32 deputati. Il confronto sociale e politico nel Paese è asperrimo, e segnato da violenze crescenti da parte dei fascisti. Gli scritti e le attività di Amendola sono in netta opposizione all’illegalismo fascista. Nelle giornate dell’ottobre ’22 insieme a P. Taddei è uno strenuo avversario della capitolazione di fronte al fascismo, e dopo la marcia su Roma e l’insediamento del governo Mussolini (16 novembre 1922) Amendola è un coerente, fermissimo oppositore di ogni limitazione delle prerogative del Parlamento: con la parola e l’azione politica, con i tanti scritti. Subisce intimidazioni, minacce e aggressioni; viene bastonato e ferito alla testa da quattro fascisti che gli tendono un agguato il 26 dicembre 1923.
Nel 1924 si candida alla Camera nella circoscrizione della Campania e viene rieletto; è uno degli esponenti più in vista dell’opposizione e fonda l’Unione democratica nazionale, movimento antifascista che si diffonde soprattutto nel Sud dell’Italia.
Dopo il delitto Matteotti scrive sul “Mondo”: [...] Quando il Parlamento ha fuori di sé la milizia e l’illegalismo, esso è soltanto una burla”. E coalizzando le opposizioni socialista, cattolica e liberale attua quella che passerà alla storia come “Secessione dell’Aventino”. Questa scelta non è condivisa solo dai comunisti, che restano soli a fare opposizione al governo nell’aula parlamentare. Amendola, insieme a Filippo Turati, dall’Aventino  promuove una linea di opposizione non violenta confidando che, di fronte alle responsabilità fasciste per l’omicidio di Matteotti, il re si decida a nominare un nuovo governo. Intanto propone a Benedetto Croce di scrivere un manifesto che possa unire le maggiori intelligenze antiregime (sarà il Manifesto degli intellettuali antifascisti).
Nulla di quanto spera Amendola accade, anzi: la repressione del governo fascista contro gli oppositori è sempre più feroce e spavalda e lo stesso Amendola, il 20 luglio 1925 viene aggredito da una quindicina di sicari armati di bastoni in località La Colonna a Pieve a Nievole,  in provincia di Pistoia, dove ora un cippo ricorda il misfatto.
Minato gravemente nel fisico ripara con la famiglia in Francia, troppo tardi per salvarsi la vita; non si riprende dalle percosse ricevute, e all’alba del 7 aprile 1926 muore a Cannes prima di compiere i 44 anni. Le sue ceneri saranno riportate in patria, a Napoli, nel 1950.
Lunghissimo sarebbe l’elenco dei saggi, delle conferenze, degli articoli e dei libri scritti da Giovanni Amendola nella sua vita così presto interrotta, ma spesa in modo così attivo.
Grande era il suo ascendente e il suo carisma sui contemporanei; riporto qui solo un breve frammento di un giudizio su di lui di Alceste De Ambris (1874 – 1934): “ [..] Amendola...l’ultimo dei liberali. Dei liberali – intendo – del periodo eroico, quando ciò voleva dire combattere un’aspra lotta con la prospettiva continua dell’esilio, della galera, della forca: non già dei profittatori ignobili del liberalismo.  Si sprigionava dalle sue parole, dalle inflessioni della sua voce, da tutto il suo essere, una convinzione così assoluta nel principio classico della libertà costituzionale come norma di governo, che rendeva superflua ogni discussione. Amendola era veramente l’uomo della legge, intesa in un senso quasi mistico.”
 
I giornalisti italiani hanno dedicato alla sua memoria il loro istituto di previdenza (INPGI).
 
Bibliografia:
Enciclopedia Treccani
Dizionario Biografico degli Italiani
“Il Totalitarismo alla conquista della Camera Alta. Inventari e documenti” a cura di Emilio Gentile, ed. Rubbettino, 2002