F.I.D.A.P.A

Le socie scrivono 2014

Anno 2014


pubblicoFerrara celebra Carlo Rambaldi di Vittoria Benetti

Sabato 20, nel Salone d’Onore di Palazzo Roverella in Corso Giovecca 47, a Ferrara, la Sezione FIDAPA di Ferrara, nell’ambito delle manifestazioni culturali settembrine della città, ha sostenuto con il suo patrocinio, l’evento: L’immaginazione al potere: Carlo Rambaldi, uomo rinascimentale del XXI secolo. La serata, organizzata dall’Associazione De Humanitate Sanctae Annae, ha celebrato l’artista e il maestro del cinema mondiale, nato a Vigarano Mainarda (FE), inventore di E.T. (1983) e creatore di effetti speciali indimenticabili, quali King Kong (1976), Alien (1980). Tre successi cinematografici, su scala mondiale, coronati da altrettanti Oscar. La fantasia e il potere creativo che caratterizzano l’opera di questo grande ferrarese, sono all’origine delle sue creature, alle quali Rambaldi ha saputo, prima di ogni altro, infondere sentimenti e gestualità umane.
La serata, aperta dai saluti delle autorità presenti, è proseguita scandita dalla voce narrante di Massimo Masotti, che ha, via via, introdotto gli interventi, in una commistione di parole e immagini volte a celebrare vita e opere dell’artista ferrarese.
L’intervento di Carlo Magri: “Gli automi, il cinema e le creature di Carlo Rambaldi” si è avvalso della proiezione di un video che ha mostrato, per la prima volta, le riprese girate nel 1985, dedicate ai meccanismi interni delle creature inventate da Rambaldi, che palesano la precisa conoscenza anatomica dei corpi e di cui i suoi stessi schizzi ne sono riprova.
E poi, a seguire, il critico d’arte più famoso d’Italia, docente d’eccezione, politico e autore Vittorio Sgarbi, sul tema Carlo Rambaldi e Caravaggio: l’immaginario e la sua rappresentazione. Sovvertendo completamente la programmazione degli organizzatori e senza rinunciare mai al linguaggio provocatorio cui ci ha abituati, Vittorio Sgarbi ha tracciato, con la maestria che gli è propria, legami e suggestioni tra le varie forme d’arte. Nell’orizzontalità della terra padana, nell’appiattimento di un paesaggio nebbioso ed indolente, si sono elevati, tesi alla verticalità, al superamento della mediocrità della vita, personaggi il cui valore tutto il mondo riconosce. Sono nati qui: Michelangelo Antonioni, Folco Quilici, Carlo Rambaldi…
Le possibili relazioni tra Rambaldi e Caravaggio sono tutte da ricercare nell’anticonformismo, nell’urgenza di rompere gli schemi per dare visioni altre del mondo: ciascun artista, nel proprio tempo, ha saputo imprimere caratteristiche inedite alle sue opere. Rambaldi è stato un maestro nelle tecniche di creazione di effetti speciali realistici, di personaggi di fantasia che con lui hanno preso vita e sono entrati a far parte dell'immaginario collettivo. Personaggi meccanici ai quali ha conferito, non solo un corpo ma soprattutto un'anima, un'espressività che, fino ad allora, nessuno era riuscito a realizzare. Molti secoli prima, lo stesso Caravaggio ha capovolto i canoni in uso nella pittura. Con poche essenziali parole, Sgarbi racconta Caravaggio e descrive in modo chiaro e incisivo le sue maggiori opere. Si delinea così l'immagine di un pittore precursore della fotografia e dalla vita fortemente incisa nei suoi dipinti; il ritratto di un uomo molto più vicino al nostro tempo di quanto si possa immaginare; individua nella sua concezione estetica, nel modo di impaginare le scene che costruiva sulla tela, un taglio che sembra anticipare di tre secoli i grandi maestri della fotografia. Luci ed ombre della vita riportate sulla tela; dicotomia tra genio e sregolatezza e che parifica la Roma del Seicento a quella degli Anni Sessanta del Novecento: con una figura come quella di Pier Paolo Pasolini a incarnare pulsioni analoghe, nel bene e nel male a quelle che agitarono Caravaggio. In comune hanno l’anticonformismo, l’urgenza di rompere gli schemi per dare visioni altre del mondo. E poi l’utilizzo di un linguaggio a tinte forti, sempre provocatorio, a tratti indisponente.
Caravaggio, che dipinge ammalati e prostitute, omosessuali e viandanti, che esprime significati altissimi allo stesso modo con una cesta di frutta o nel disegno di un santo, è contemporaneo. E’ uno Sgarbi appassionato quello che unisce alla competenza storico-critica le suggestioni di un’efficace affabulazione e che sa coinvolgere il numeroso pubblico presente, intrecciando nella sua variegata ed avvincente narrazione l’antropologia, il costume, la politica.
Luciano Fadiga, Professore Ordinario di Fisiologia umana all'Università di Ferrara e Ricercatore Senior presso l'Istituto italiano di Tecnologia, con la sua lunga esperienza in materia di indagini elettrofisiologiche, è intervenuto sul tema : Il senso del movimento nell’espressione artistica: percezione, rappresentazione, metafisica, ove ha posto in luce meccanismi neurali relativamente semplici, ma che si rivelano fondamentali nel creare circuiti psicologici di identificazione tra individui della stessa cultura, tra individui che condividono le stesse tradizioni, che sono invariabilmente basate su gesti e risposte emotive molto specifiche.
La serata si è conclusa con la proiezione del filmato realizzato negli Studios di Los Angeles da Victor Rambaldi, figlio dell'artista, che ha introdotto una sfumatura personale e intima attorno alla figura del padre.
Erano presenti all’evento la moglie di Carlo Rambaldi Sig.ra Bruna, il figlio Victor, il Sindaco di Vigarano Mainarda Barbara Paron, nel cui territorio comunale sorgerà la Fondazione Carlo Rambaldi e alla quale Carlo Magri ha donato il filmato inedito.
Con FIDAPA, hanno dato il loro patrocinio alla iniziativa: Comune di Ferrara, Associazione Ferraria Decus, Associazione Culturale di Ricerche storiche Pico Cavalieri, Azienda Sanitaria Locale di Ferrara, Azienda Ospedaliera-Universitaria di Ferrara, Università degli studi di Ferrara.



danza rossoSERATA CONCLUSIVA ANNO SOCIALE di Raffaella Scolozzi

L’anno sociale della F.I.D.A.P.A. si è brillantemente concluso nell’ampio giardino, arredato con eleganza, dell’Hotel “DUCHESSA ISABELLA”, complice un’atmosfera insolitamente estiva ed una cena allestita con cura dallo chef dell’Albergo. La serata è stata animata dalla presidente dell’Associazione Saadi e da alcune delle sue socie, tutte cultrici della danza orientale, purtroppo spesso denominata “danza del ventre”. Nulla di più ingiusto ed inesatto, dovuto ad una propaganda malevola o non bene informata. In realtà, quando si parla di cultura, si pensa sempre a quella alta, paludata, solenne, certificata dai letterati. Ma ve n’è anche un’altra, ed è quella ancestrale degli antenati, in parte scomparsa ma sempre viva nell’inconscio e nella memoria e pronta a riemergere in circostanze particolari. Prova ne sia che il regista Gianni Amelio, nell’allestire l’opera lirica “Elettra” di Richard Strauss per il Teatro Petruzzelli di Bari, ha trasformato la protagonista in una “tarantolata“, per spiegare lo sfrenato spirito di vendetta e la forza animalesca che la prende dopo aver visto uccidere il padre Agamennone. Ecco la cultura atavica che risorge: le tarantolate erano a volte considerate delle streghe, donne fuori dalla femminilità, fuori dslla storia con gli altri, dalla società. Ugualmente rifiutate, viste quasi alla stregua di prostitute, erano le danzatrici nel mondo islamico, dopo l’avvento al potere dei Turchi. In verità, quella orientale, è una delle danze più antiche, legata alla natura stessa dell’essere umano. Ai tempi dei Sumeri, era diffuso il culto della Grande Madre Mesopotamica, fonte di amore e di vita, raffigurata in decine di statuette ritrovate dagli archeologi. A quell’epoca, le donne godevano di grande considerazione al punto che spesso il potere era affidato a delle regine. Ricordiamo Semiramide, regina di Babilonia, che Christine De Pizan, (al cui personaggio la FIDAPA ha dedicato un convegno), nella sua Storia delle Regine definisce < donna di grande valore e coraggio>. Allora la danza era un atto di omaggio alla dea che assicurava la continuità della vita e della specie umana. Più tardi, con l‘affermarsi della cultura islamica e soprattutto del potere turco, fu emarginata e disprezzata.
Ci volle una rivoluzione - questa volta pacifica - attuata dalla letteratura, dal cinema e dalla televisione - per ridare alla danza orientale la sua dignità. Lo scrittore egiziano Naguib Mafhouz, premio Nobel nel 1988, che ha ritratto nei libri la vita popolare cairota, dedica lunghe pagine alla figura della ballerina, insistendo sul fatto che l’abito è parte integrante della danza, senza neppure concepire l’idea della nudità. Ma non solo l’abito, anche le spalle, il collo, le mani, gli sguardi sono elementi fondamentali dell’interpretazione, perché la danzatrice con il corpo crea figure e manifesta sentimenti. Si realizza una fusione fra poesia e musica: ogni ritmo o suono melodico è connesso con un movimento o con un colore; la danza diventa quindi mimetica perché rappresenta cose ed esprime significati psicologici (gioia, letizia, nostalgia, amore). Non è esagerato, alla fin fine, affermare che si tratta di una forma d’arte che esige disciplina, grande equilibrio ed assoluto controllo del corpo.
Nella loro performance le danzatrici della Saadi, che di solito si esibiscono in teatro od in sale apposite, ci hanno dato un saggio della loro abilità che, unita alla musica ed ai variegati e scintillanti costumi, ha dato alla serata un timbro ed una risonanza particolari.
Si è così concluso anche il “Progetto danza” da me proposto per esplorare altri settori, oltre a quelli della letteratura e della storia cosiddetta “alta”, ammesso che si possa fare questa distinzione poiché sostanza della storia è la vita degli uomini in tutte le sue componenti. Nello stesso tempo il progetto ci ha consentito di conoscere e di collaborare con altre realtà sociali della nostra città, secondo gli intenti dello Statuto e della Presidenza nazionale della FIDAPA.


corpo delle donne
Convincere, sedurre, persuadere. Il corpo nella pubblicità di Vittoria Benetti

Si è appena concluso il ciclo di incontri, “Il corpo delle donne nella pubblicità” promosso da FIDAPA BPW Italy Sezione di Ferrara, con il patrocinio del Comune di Ferrara e tenuto agli alunni degli Istituti di Scuola superiore cittadini: Liceo Ariosto, Liceo Carducci e I.T.I Carpeggiani-Copernico.
Cinque i relatori che si sono avvicendati nelle conversazioni con gli studenti: Piero Stefani Teologo, Biblista, Docente universitario con il titolo “Vestirsi e svestirsi agli occhi delle culture altre”, Deanna Marescotti Psicologa, counsellor, Assessore alle Pari opportunità del Comune di Ferrara con “Pubblicità e identità di genere”, Dalia Bighinati Giornalista, autrice televisiva - Telestense TeleFerraraLive, con “Cosa significa quello che vediamo? Effetto specchio nella pubblicità”, Maria Silvia Giorgi, Magistrato con “Pubblicità e legalità” ed Elena Buccoliero, Sociologa Ufficio Diritti dei Minori del Comune di Ferrara, Giudice Onorario del Tribunale per i Minori di Bologna con “Tutta un’esibizione di sorrisi. Le età della donna attraverso le immagini della pubblicità”
Mentre scorrevano sullo schermo le immagini pubblicitarie che i ragazzi sono soliti vedere sui muri della città, sui giornali, alla televisione, i relatori, ciascuno nel proprio ambito, hanno condotto i ragazzi alla decodifica dei messaggi espliciti e sottesi che l’immagine pubblicitaria veicola e alla successiva messa a fuoco degli scopi indotti; hanno posto l’attenzione sulla necessità di acquisire strumenti idonei alla lettura dei medesimi e al riconoscimento dei valori o disvalori che essi perseguono, motivandoli affinché il loro sguardo non rimanesse indifferente, ma in grado di suscitare domande, cui sensibilità e consapevolezza potessero dare risposta.
Le analisi, tutte partite dalla considerazione che esiste un uso frustrante e dannoso dell’immagine delle donne, corpi vuoti ed asessuati, sempre giovani e disponibili, usati come mezzo per vendere qualsiasi cosa, hanno messo in luce come le pubblicità mirino a vendere qualcosa di più dei prodotti ai quali sembrano demandate. Vendono valori, immagini, concetti di amore, di sessualità, di successo e, forse, ancora più importante, vendono un presunto concetto di normalità. Dicono chi siamo e come dovremmo essere. Le donne imparano fin da piccole ad impiegare una grande quantità di tempo, energie, e soprattutto denaro, cercando di ottenere questo aspetto e a sentirsi inadeguate se non ci riescono. Ma il fallimento è inevitabile poiché questo ideale è basato su una mancanza assoluta di difetti. In questo ideale i personaggi non hanno mai nessun segno, nessuna ruga. Non hanno né cicatrici né macchie e un’assenza di difetti che non potrà mai essere raggiunta. Nessuno vi può assomigliare. Nessuno può essere così. La costruzione di un immaginario femminile inesistente e lontano dalla realtà fisica e psicologica delle donne, si fa strada. L’obiettivo non conosce limiti di età: anche le bambine sono spinte a riconoscersi precocemente in un modello sempre più adulto e spinto verso la sessualizzazione marcata dei loro volti e dei loro corpi ancora acerbi.
A fornire rappresentazioni simili sono ormai molti prodotti. Stereotipi iper-sessualizzati, a volte fino al grottesco, sono incarnati da alcune comunicazioni della moda o del lusso e pubblicità locali che cercano la visibilità attraverso lo scandalo, tra doppi sensi grevi, giochi di parole imbarazzanti ed ammiccanti, ragazze scosciate esibite solo per catturare l'attenzione.
Tutto il sistema dei media, pubblicità compresa, contribuisce ad amplificare e ad orientare l'immaginario collettivo, sia femminile che maschile. Le immagini e le narrazioni sono potenti, suggestive, si radicano nella memoria.
Le donne sono costrette in due stereotipi: casalinga felice o corpo giovane, bello e soprattutto disponibile. La ripetitività di questi soli due modelli, in televisione e in pubblicità, fa dell’Italia un caso di studio. Corpi femminili seminudi, dovunque. Immagini ai limiti della pornografia campeggiano in ogni spazio pubblico, sono approvate e vengono scambiate per libertà d’espressione. La donna presenta il prodotto; la donna è il prodotto; la donna si compra con il prodotto. Gli stereotipi sono lesivi della dignità della donna, ma anche di quella dell’uomo, ridotto e umiliato in una rappresentazione istintiva e machista. Sono davvero così gli uomini? Sono davvero così le donne?
La rappresentazione di genere in pubblicità non è neutra. Ha un impatto profondo, che chiama in causa questioni etiche complesse e delicate. Già nel 1976, il sociologo canadese Erving Goffman scriveva: “I modelli proposti dai media e dalla pubblicità contribuiscono a definire il significato dell’appartenenza di genere, imponendosi con forza per il fatto di essere pubblicamente diffusi”. Sono, tuttavia, quelli proposti da media e pubblicità, donne e uomini piuttosto distanti da quelli reali e certamente poco realistici. Spesso banalizzati dalla natura iper-sintetica della forma comunicativa che li ospita. Figure utilizzate dalla pubblicità a proprio uso e consumo, molto lontane dalla complessità della vita di uomini e donne che popolano il mondo.

ragazza pizzicaLA DANZA POPOLARE: una delle forme di aggregazione di Raffaella Scolozzi

Quando si dice F.I.D.A.P.A., non si dice solo “donne professioniste”, ma anche ampiezza di orizzonti (perché non c’è un settore della vita politica, culturale, economico-sociale che non le interessi), ed è sua caratteristica l’azione che crea la partecipazione attiva delle socie e dei cittadini, nonché la ricerca e l’utilizzazione delle risorse umane. In quest’ottica la conoscenza e la collaborazione con altre associazioni diventa naturale. Infatti nella serata del 12 febbraio, presso l’Hotel di San Girolamo dei Gesuati, le fidapine hanno incontrato le socie dell’Associazione Camaleonte che, come fa intendere il nome, si presenta a Ferrara con diverse facce: come cultrice della danza popolare salentina detta “pizzica” ma anche come opera- trice nel settore educativo, perché fornisce servizi alle scuole, organizza laboratori teatrali ed artistici per i bambini e gestisce un doposcuola permanente per tutto l’an- no scolatico. Nell’ambito del Progetto; La danza come prima forma di aggregazione sociale, che prevede due manifestazioni, mercoledi sera erano presenti Giulia Vio, Elisabetta Tarantino ed Ilaria Lo Pane che, con competenza hanno trattato il tema: La taranta. Danza o rito? Nell’ampio dibattito condotto da me e da Giulia Vio, sono emersi i diversi aspetti di un fenomeno, che un modo di pensare superficiale liquida come popolaresco, ma che invece ha matrici psicologiche e sociali. Questo antico male, detto tarantismo e diffuso nel Salento, prende nome da uno dei ragni presenti nella zona: la malignata e la tarantola. Durante l’estate, quando si mieteva il grano, compito affidato per lo più alle donne, c’era il rischio di venire pizzicate da uno di questi animali nascosti tra le piante. Tra le spighe del grano e le foglie del tabacco, nel caldo e nella noia, complice anche una certa superstizione, scoppiava la febbre della taranta. C’era effettivamente alla radice del male il morso del ragno? O non era piuttosto la credenza in atavici pericoli? Oppure la causa di tutto era la noia di una vita consumata nella solitudine e nella monotonia? Non lo sapremo mai. Ma i tarantati dicevano di sentire la noia all’inizio del male ed il fatto che per curarlo si usasse la musica, sembra confermare tale ipotesi. Mentre i suonatori ( violino, organetto e tamburello) si lanciavano in un ritmo ossessivo, la tarantata vestita di bianco e con i piedi nudi, si sdraiava per terra mimando i movimenti del ragno. Poi, mentre la musica cresceva di tono, si alzava in piedi e lottava contro l’invisibile bestia immaginando di schiacciarla sotto i piedi. Riacquistata un po’ di calma, si avvicinava all’ immagine di San Paolo, protettore dei tarantati, e gli chiedeva la grazia di liberarla dal male. Tutto ritornava normale almeno ... almeno fino all’anno seguente, fino al 28 giugno, quando le crisi potevano ricominciare.
C’è un particolare interessante di cui ha parlato diffusamente Giulia Vio: nel 1959 un antropologo, di nome Ernesto De Martino, si recò sul posto per condurre uno studio sul fenomeno. Risultò che su 37 tarantati 32 erano donne. Questo mi sembra significativo: la vita di quelle genti, e soprattutto delle donne, era precaria. La monotona esistenza di una nubile o di una vedova era perennemente condizionata dalla mentalità sessuofobica dell’epoca. Nella danza della taranta invece la comunità si riuniva intorno alla presunta malata, partecipava al rito che diventava collettivo, le persone mettevano insieme le loro energie per aiutarsi l’un l’altro. Con la convinzione di combattere il male, queste donne in realtà combattevano la solitudine, cercando la fusione con gli altri.
Così interpreta il fenomeno Ernesto De Martino nel suo libro_La terra del rimorso. Rimorso perché? Perché era la terra del cattivo passato, di un sud povero ed angariato, che opprimeva gli abitanti con il suo rigurgito. Le pratiche rituali avevano quindi lo scopo di scongiurare le ansie del presente.
Dopo il dibattito, Giulia Vio ed Elisabetta Tarantino si sono messe agli strumenti, trascinandoci nel vortice dell’antica musica della taranta, mentre Ilaria Lo Pane si esibiva magistralmente nella danza, più e più volte, cambiando movimenti e posture. L’hanno quindi seguita anche Giulia ed Elisabetta formando un trio che ci ha galvanizzato. Alla fine, così come accadeva nelle antiche comunità salentine, tutte le fidapine si sono unite in cerchio nella “ronda”, partecipando al ballo, in cui si è veramente distinta la Past-president. Al termine, una cena, elaborata con la solita perizia, dal ristorante dei Gesuati ha riunito le socie della Fidapa e della Camaleonte.
La danza popolare, spregiata per anni e quasi annullata dalla musica d’oltre oceano, sta rinascendo per merito di queste associazioni (come la Kairos di Venezia) che recuperano queste espressioni del nostro passato e dell’anima del popolo, restituendoci il loro valore culturale e sociale.


perlasca
GIORNATA DELLA MEMORIA: LA FORZA DEL BENE

Nell'ambito delle celebrazioni cittadine riservate alla Giornata della memoria,l’Istituto Aleotti - Dossi, con il patrocinio del Comune di Ferrara, del Teatro Comunale di Ferrara e delle Associazioni, tra le quali FIDAPA, ha organizzato, nel Teatro Comunale di Ferrara, un incontro/dibattito fra gli studenti dell'istituto e Franco Perlasca dal titolo: " La forza del Bene: Giorgio Perlasca, Giusto tra le Nazioni".
Emanuela Sgroi, Socia FIDAPA, presente all'incontro, in rappresentanza della Sezione, scrive alla Presidente e alle Socie questa lettera


Cara Presidente e care Socie

Desidero renderVi partecipi delle intense emozioni provate in occasione dell’incontro LA FORZA DEL BENE - GIORGIO PERLASCA - UN GIUSTO TRA LE NAZIONI tenutosi il 20 gennaio presso il Teatro Comunale di Ferrara nell’ambito delle celebrazioni della Giornata della Memoria ad iniziativa dell’Istituto di Istruzione Superiore G.B. Aleotti, allo scopo di far conoscere agli studenti la vita di questo straordinario personaggio attraverso filmati, documenti ed i ricordi del figlio Franco, affinché, hanno spiegato gli organizzatori, “i giovani capiscano che anche di fronte al male c’è la possibilità di tenere la schiena dritta e di reagire”.
Particolarmente commuovente, per me, è stato il servizio su uno dei luoghi della memoria di Budapest. Dal 2005 lungo le sponde del Danubio, tra il ponte delle Catene e il Parlamento, sono collocate delle sculture assai particolari: 60 paia di scarpe di varie forme e misure a ricordo di donne, uomini, vecchi e bambini uccisi perché ebrei. Le Croci Frecciate portavano le proprie vittime lungo la riva del fiume e, dopo aver fatto togliere loro le scarpe, merce preziosa in quel momento, facevano fuoco e li facevano cadere in acqua.

Molto toccante è stato, poi, il filmato con l’intervista a Giorgio Perlasca. Il giornalista voleva conoscere le motivazioni che lo avevano spinto ad aiutare gli ebrei ungheresi e gli chiese: “Ma lei lo ha fatto perché credente?” Decisa fu la sua risposta: “No, l’ho fatto perché sono un uomo”, dimostrando, con ciò, che la condivisone empatica del dramma di altre persone è insita nella natura umana.
Un altro breve flash. Il figlio di Giorgio Perlasca, Franco, ha raccontato dell’incontro fra il padre e due anziane signore ebree sopravvissute, grazie a lui, all’olocausto, che andarono a trovarlo molti anni dopo la fine delle guerra. Una delle signore, per ringraziarlo, voleva fargli dono degli unici tre oggetti appartenuti alla propria famiglia che le erano rimasti: una tazzina da caffè, un cucchiaino ed un medaglione. Perlasca si schermì, racconta il figlio Franco: “Non posso accettare, sono gli unici ricordi che le rimangono, li lasci ai suoi figli!” ma lei insistette: “Se non ci fosse stato lei, Sig. Perlasca, figli non ne avrei avuti …”.

Voglio, infine, sottolineare che grazie alla scelta di illuminati dirigenti scolastici ed insegnanti, che hanno ideato l’evento, il teatro era gremito di studenti attenti e compresi fra l’incredulità e lo sdegno per una storia così drammatica e coraggiosa. Sono certa che questo incontro contribuirà ad accrescere la consapevolezza che un futuro di pace dipende anche da loro.

Devo dire che mi sono sentita orgogliosa ed onorata di essere in quel luogo ed in quel momento a rappresentare la nostra associazione, che è stata pubblicamente nominata e ringraziata dal Dirigente dell’Istituto Aleotti, Dott. Fabio Muzi, per il contributo concesso a sostegno dell’iniziativa e mi auguro che si presentino ancora occasioni simili di incontro e collaborazione.


Emanuela Sgroi